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ONU: No Ambasciata Usa a Gerusalemme

San Benedetto del Tronto | Contro il trasferimento da Tel Aviv annunciato da Trump il 6 dicembre, per il veto degli Usa, il 18 dicembre la Risoluzione non è stata approvata ma il 21 in plenaria con 128 voti è passata. Quali prospettive per le dichiarazioni di Nikki Haley?

di Felice Di Maro

Sono gli accordi di Oslo del 1993 che dichiarano Gerusalemme né israeliana e né palestinese. Lo status della Città Santa dovrà essere stabilito con un accordo tra le parti e non da una scelta unilaterale. Quindi il 6 dicembre Donald Trump, Presidente degli Usa, con l'annuncio di voler trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme ha violato tutte le risoluzioni Onu perché di fatto riconosce Gerusalemme capitale dello stato di Israele.

La reazione palestinese è stata immediata e di fatto è partita una nuova intifada e al momento sono 11 i palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane. La dichiarazione di Trump è stata uno shock non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale e lo si è visto il 18 dicembre con la riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che con il veto Usa non è passata una Risoluzione elaborata dall'Egitto per invalidare il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Chiaramente anche se la Risoluzione non è stata approvata, gli Usa sono stati davvero isolati perché ha avuto 14 voti a favore e chiaramente un solo voto contrario, quello degli Usa. L'isolamento di Trump è stato evidente.

Il testo non citava direttamente gli Usa o Trump, ma esprimeva «il profondo rammarico per le recenti decisioni riguardanti lo status di Gerusalemme». Diversamente è andata in plenaria perché all'Assemblea generale delle Nazioni Unite (prima sessione speciale di emergenza convocata da un gruppo di nazioni arabe, assieme alla Turchia e alla Organizzazione per la Cooperazione Islamica) del 21 dicembre (seduta n.37) la decisione di Donald Trump di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme è stata bocciata perché non è stata riconosciuta la Città Santa come capitale di Israele. La Risoluzione presentata da Yemen e Turchia impone anche di vietare l'istituzione di qualsiasi missione diplomatica nella Città Santa.

Hanno votato a favore in 128, tra cui l'Italia, mentre in 9 hanno votato contro e 35 si sono astenuti. Contro la risoluzione hanno votato: Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo e ovviamente Israele e Stati Uniti. Tra i 35 astenuti: Australia, Canada, Argentina, Polonia, Romania, Filippine e Colombia, Benin, Butan, Bosnia-Erzegovina, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Messico, Paraguay, Polonia, Sud Sudan. Il voto dell'Assemblea Generale, a differenza di quelli del Consiglio di Sicurezza non è in alcun modo vincolante ma ha una forte impatto politico. Comunque il portavoce del presidente palestinese, Mahmoud Abbas ha dichiarato: "E' una vittoria per la Palestina".

Già alcuni giorni prima del voto alcuni media avevano diffuso notizie che gli Usa avrebbero fatto minacce contro quei Paesi che si sarebbero espressi contro di loro e proprio recentemente Trump ha ordinato il taglio di 285 milioni di dollari dei fondi americani destinati alle Nazioni Unite per il bilancio 2018-19. L'Onu per il biennio 2018-2019 ha approvato un bilancio di 5,4 miliardi di dollari e secondo la regola che distribuisce i contributi in base al pil dei Paesi, gli Usa dovrebbero pagare il 22% di questa cifra che nello scorso biennio era ammontato a 1,2 miliardi. Da questi verranno tolti i 285 milioni come è stato dichiarato. Questa diminuzione dei fondi inciderà in particolare su viaggi, consulenze, e altre spese operative. Il taglio è stato negoziato domenica e la Haley lo ha annunciato così: «Non consentiremo più che la generosità del popolo americano venga abusata o rimanga senza controllo. In futuro, potete essere certi che continueremo a cercare modi per migliorare l'efficienza dell'Onu proteggendo i nostri interessi».

Si voglia o no si tratta di un attacco all'Onu che segue la dichiarazione di Nikki Haley, Ambasciatrice presso l'Onu, che prima del voto aveva anche dichiarato: « Nessun risultato del voto alle Nazioni Unite farà la differenza, ma questo voto farà la differenza su come gli americani considereranno l'Onu e questo voto non sarà dimenticato». Si tenga conto che nel motivare il no degli Usa alla Risoluzione aveva detto che la decisione di trasferire l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme non avrebbe avuto un impatto significativo nella regione presa nel suo complesso perché non si tratta di un affare internazionale ma della volontà del popolo americano che ha avuto fino ad oggi ha procurato già 11 palestinesi uccisi.

QUALI PROSPETTIVE?
Premesso che Haley aveva anche dichiarato che il trasferimento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme non modificherà la soluzione degli accordi di Oslo del 1993 dei due stati e che non danneggerà gli sforzi di pace si colgono nelle sue dichiarazioni forti contraddizioni perché il 24 dicembre, dopo pochi giorni del voto all'Onu, gli Usa hanno reagito attaccando l'Onu tagliandone i fondi e in pratica limitandone le attività.

Com'è noto l'avversione ideologica degli Usa nei confronti dell'Onu c'è sempre stata ma oggi è diventata insostenibile almeno da parte di quella comunità internazionale che vuole la fine del conflitto arabo-israeliano. L'Onu è una organizzazione notoriamente sovrana e gli Usa non accettano l'idea che organizzazioni multilaterali possano imporre Risoluzioni anche se questo è quasi impossibile perché gli Usa avendo il potere di veto possono bloccare qualunque risoluzione come quella del 18 dicembre. Il problema è che l'Onu è percepita come nemica di Israele e che è anche progressista e promuove principi come la salute oppure la pace tra stati e all'interno delle aree come i territori palestinesi-israeliani . Svolge delle attività generalmente avverse, se non opposte, a quelle dell'attuale governo Usa. Quindi ogni occasione per attaccare l'Onu è buona e chiaramente può giovare al partito repubblicano anche per le prossime elezioni di novembre del 2018 per il rinnovo parziale del Congresso di Washington.

L'Onu è solo una struttura dove i 193 paesi del mondo che vi fanno parte si incontrano e discutono. Quindi anche se venisse sciolta le posizioni globali resterebbero comunque. Su Gerusalemme, ad esempio, i 128 paesi che sarebbero contrari al riconoscimento di Gerusalemme capitale d'Israele senza l'Onu non avrebbero un forum per farlo sapere ma sul piano politico l'attivismo resterebbe invariato. Si tenga conto che l'Onu ha scelto proprio gli Usa come socio di peso politico ed economico per fare mediazioni. Certo è vero che gli Usa pagano il 22% del bilancio, ma ciò significa che il resto del mondo paga il 78% del rimanente. Con questi soldi, ad esempio, si finanzia l'assistenza ai rifugiati che scappano dalla Siria in Giordania, stretto alleato degli Usa nella lotta al terrorismo che senza gli aiuti Onu sarebbe già esploso. Vi sembra poco?

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto piacere per il numero dei Paesi che non hanno votato la risoluzione Onu e ha dichiarato: "In Israele rigettiamo questa decisione dell'Onu e sottolineiamo con soddisfazione che un numero importante di Paesi non l'ha votata". Diversamente il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen che ha detto: "questa decisione ribadisce che la giusta causa dei Palestinesi beneficia del sostegno del diritto internazionale. Dobbiamo proseguire i nostri sforzi all'Onu e nelle altre istanze internazionali per mettere fine all'occupazione israeliana e creare uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale".

Ora cosa si farà? Si continuerà a non fare accordi oppure inizierà un negoziato?
È difficile rispondere a queste domande perché attualmente l'incertezza è sovrana. Purtroppo le risoluzioni dell'Onu non vengono attuate. Vediamone alcune.
La n. 181 (29 nov. 1947) per la spartizione della Palestina in due Stati anche se fu approvata a larga maggioranza non fu attuata e solo con gli accordi di Oslo del 1993 c'è stata una svolta che è in corso.

La 242 (22 nov. 1967) con la quale si stabilivano i due principi fondamentali di risoluzione del conflitto arabo-israeliano: «terra in cambio di pace», ossia ritiro di Israele dai territori occupati in cambio del riconoscimento da parte degli Stati arabi e «giusta soluzione del problema dei profughi» e quindi diritto al ritorno dei profughi palestinesi oppure con un riconoscimento politico ed economico, com'è noto entrambi i principi hanno generato interpretazioni contrastanti e non sono stati attuati.
La 2234 (23 dic. 2016) che chiede ad Israele di porre fine alla sua politica di insediamenti nei territori palestinesi inclusa Gerusalemme est e insiste sul fatto che la soluzione del conflitto si debba attuare con la creazione di uno Stato palestinese che conviva insieme a Israele proprio con la svolta di Trump del 6 dicembre in pratica sta ricevendo uno stop.

29/12/2017





        
  



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